Euro 2016, così l’Islanda è diventata una big

Euro 2016, così l’Islanda è diventata una big

L’Europa – e non solo – si stupisce delle imprese dell’Islanda, che, al debutto in una grande manifestazione, approda ai quarti stendendo la reclamizzata Inghilterra e continua a sognare in grande. L’esplosione del calcio islandese non è figlia del caso. Certo, il pallone di lassù ha ancora vari tradizionali connotati dilettantistici: per esempio uno dei due ct, l’indigeno Hallgrimsson, fa il dentista part time e il portiere Halldorsson è un filmaker di discreta fama. Ma ormai tutti i nazionali giocano all’estero. Ed è solo con la certosina programmazione che un piccolo mondo di 330mila abitanti, isolato e sferzato da un clima rigidissimo, può giocarsela con realtà tot volte più ricche, attrezzate, blasonate, strutturate.

La favola di Euro 2016 nasce negli anni ’90, quando la bolla finanziaria su cui si regge l’isola consente di finanziare la costruzione a tappeto di campi coperti, estendendo all’intero anno la pratica sportiva e formando tanti nuovi tecnici. Un progetto voluto dal governo, per togliere da strada e cattive abitudini come alcol e fumo migliaia di giovanissimi. La squadra che sta stupendo tutti in Francia matura in quel background innovativo. La crisi economica del 2008 devasta il Paese, costringendo molta gente a ripartire da zero, ma il rischio dell’abisso è schivato proprio grazie al coinvolgimento di massa nello sport. I club islandesi in bolletta rinunciano a molti stranieri: così trovano spazio Sigurdsson e i suoi fratelli.

Ingredienti ancora insufficienti senza il proverbiale carattere. La nazionale islandese si distingue per coesione, pugnacia, corsa, sacrificio, concretezza: tutte doti ricercabili nel dna di una società fortemente meritocratica, che per cultura esalta e premia il lavoro duro anziché la furbizia. “Non siamo i più forti, ma siamo i più coraggiosi”, dicono. Anche sul campo di calcio l’Islanda ha creduto in se stessa, professando il disarmante ottimismo racchiuso in un’espressione in voga lassù: “Thetta reddast”, che significa più o meno “andrà tutto bene, ce la caveremo”.

Perché tutto questo dia risultati del genere, naturalmente, serve anche la fortuna di azzeccare la generazione giusta: questa lo è. Gente cresciuta assieme, con la stessa filosofia di gioco e di vita, pronta a gettarsi nel fuoco per gli altri: che contrasto con la spocchia degli inglesi. Ora c’è la Francia, e non c’è più il fattore sorpresa. Ma la squadra che avanza cantando col suo meraviglioso pubblico non intende fermarsi. Thetta reddast: varrà anche domenica a St. Denis.

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